Charlotte Foucher Zarmanian è l’autrice di Créatrices en 1900. Femmes artistes en France dans les milieux symbolistes – pubblicato a Parigi dalla casa editrice Mare & Martin nel 2015, a seguito di una tesi sostenuta nel 2012 all’Università Parigi I Parigi-Sorbona. Oggi, è ricercatrice al CNRS, membro permanente del LEGS (Laboratorio degli studi di genere e di sessualità), e membro associativo del laboratorio INTRb dell’Università François-Rabelais di Tours, dove ha cominciato il suo percorso universitario.

 

Potrebbe raccontarci il suo percorso, l’origine delle sue ricerche e le ragioni della scelta del soggetto delle donne nella storia dell’arte ? C’è stata una ragione scatenante ?

Il mio percorso è del tutto lineare, un percorso universitario dall’inizio alla fine : ho fatto tutti i miei studi all’Università di François Rabelais di Tours. Il momento in cui ho preso coscienza della questione della presenza o assenza delle donne nella storia dell’arte è stato durante un corso del terzo anno di triennale della professoressa Giovanna Zapperi (ora professoressa all’Università di Tour che all’epoca era ATER), che trattava del genere e dell’arte contemporanea. Si trattava di un corso opzionale, che avevo scelto : mi ricordo che si teneva il venerdì pomeriggio, ed eravamo in pochi a frequentarlo perché tutti dovevano prendere il treno per rientrare. Essendo in pochi, il corso è stato ancora più piacevole e significativo. Mi ha dato voglia, alla specialistica, di interessarmi di più alle donne artiste. Amavo l’arte del XX° secolo, ma mi piaceva molto anche l’arte del XIX° secolo. Grazie a questo corso ho potuto leggere e apprezzare i lavori di Linda Nochlin, di Griselda Pollock (entrambe sono storiche dell’arte del XIX° secolo), quindi ho scelto di lavorare sul secolo su cui loro si erano concentrate. Le mie tesi di primo e secondo anno di specialistica erano entrambe monografie. La tesi di primo anno era su Jeanne-Elisabeth Chaudet, una donna artista dell’epoca post-rivoluzionaria, la moglie di Antoine Denis Chaudet, uno degli scultori favoriti da Napoleone I°; mentre la tesi di secondo anno era su Elisabeth Sonrel che era un’artista simbolista, quindi più della fine del XIX° secolo. Quello che mi ha fatto scegliere queste due epoche così diverse – perché non ne vediamo subito la continuità – sono stati, di fatto, i miei relatori e relatrici di tesi. Per il primo anno era France Nerlich, appena arrivata a Tours ; per il secondo cercavo qualcuno che potesse poi seguirmi in tesi e quindi ho approfittato del ritorno di Pascal Rousseau. Lui è principalmente specialista della fine XIX°- XX° secolo e del XXI° secolo ; dopo la discussione, eravamo d’accordo sulla necessità di fare qualcosa sul passaggio di secolo. Il terreno è segnato dalle avanguardie, “molti sono i lavori”, mi disse, e mi sono quindi lanciata sulla fine del XIX° secolo. Attraverso Sonrel, artista di Tours, legata a un contesto regionale, ho potuto aprire il campo alle donne nell’ambiente simbolista. 

 

Questa tesi, diventata poi un saggio, si è trasformata nella riscrittura? Cosa ci si può permettere di più quando si pubblica un’opera frutto di un lavoro di ricerca universitaria ? O al contrario è limitante ? Come ci si libera dall’inquadramento della tesi per andare verso un lavoro più personale ?

Allora questo ha richiesto del tempo, volevo che prendesse del tempo. Tra la mia discussione, che è stata nel dicembre 2012 e il saggio, pubblicato nel 2015, mi sono dedicata all’insegnamento, ho preso una distanza dalle mie ricerche il che mi ha fatto bene, avevo bisogno di un momento per distaccarmi. La tesi prende molto tempo, di spazio e la ricerca mi ha, non direi disgustata, ma in ogni caso mi ha fatto sentire il bisogno di fare altro. Ho fatto i miei due anni di ATER all’Università di Tours e in seguito sono rimasta incinta. La maternità è stato un momento propizio per me stessa e mi sono detta che era il momento di riprendere il lavoro della tesi. Mi ero resa conto che da qualche tempo c’era un maggior interesse del pubblico, delle istituzioni per queste questioni, quindi avevo voglia di far conoscere i miei lavori, ma in modo accessibile, quello era veramente importante per me. Non volevo fare qualcosa che fosse ridondante con la tesi : per me esiste la tesi, con tutti i suoi annessi, tutte le sue note, con la sua pesantezza – comunque necessaria !- ora era necessario qualcosa di più facilmente digeribile. Pensare a un libro che potesse leggersi, perché no, nella metro. Si tratta dunque di un lavoro caratterizzato da una riscrittura più vivace, è stata una vera scelta, senza però semplificarne le complessità, fare una selezione iconografica, occuparsi da sola di tutti i diritti d’immagine e dunque far dialogare immagini e testo. Le opere sono centrali nel mio lavoro, quindi non volevo un piccolo quaderno al centro del libro, a parte. E poi ovviamente, ridurre considerevolmente il lavoro.

 

Ha ugualmente vinto il premio Musée d’Orsay…

Si allora questo mi ha veramente facilitata ma, anche se il premio dava dei soldi, ho comunque dovuto lanciarmi nella battaglia di trovare un editore, il che non è semplice : oggi ci sono pochi editori che accettano di pubblicare dei lavori di giovani ricercatori o ricercatrici. A quel periodo non avevo un posto, quindi non ero per forza legittimata da uno statuto, il che ha reso le cose più complicate. Gli editori sono attirati da ciò che può essere commercializzato intorno alle mostre, ma quando si tratta di valorizzare i lavori di giovani dottori, anche se sono stati ricompensati, è più difficile… Questo tipo di lavori hanno poco di lucrativo !

 

Che risonanza ha avuto la sua opera ? Potremmo parlare di altre sue opere importanti ?

Quello che mi ha fatto piacere è che questo libro ha avuto un impatto, più importante all’estero, stranamente – o non !- che in Francia : grazie alla pubblicazione sono stata invitata a Madrid al Museo Thyssen per fare una conferenza, a Namus in occasione della mostre sulle donne artiste belghe, negli Stati-Uniti qualche recensione è stata fatta, in Svezia sorprendentemente il mio lavoro si è ritrovato in un quotidiano tipo « Le Monde » così come altre cose un po’ sorprendenti, in Italia… e In Francia è stato un po’ più lento, sono io che ho contattato le riviste. Lo slancio spontaneo è venuto principalmente dall’estero.

Pubblicare la propria tesi è come la fine di una grande avventura, anche personale, quindi ho sentito la necessità di iniziare delle collaborazioni, delle opere più collettive. Nell’ambito del mio progetto al CNRS, riguardante il legame tra le donne e i musei, ho contattato il mio collega Anraud Bertinet, che era mio professore a Parigi I, poiché, se mi sentivo legittimata a parlare di donne, me lo sentivo di meno a parlare di musei. L’idea era di costruire qualcosa a partire da un prolungamento della tesi ma che la superasse anche, che abbracciasse un campo nuovo, inedito, non trattato. Sul tema delle donne artiste, esistono sempre più cose, il che è un bene, perché le persone cominciano ad appropriarsi del soggetto.E invece necessario trattare di tutte queste donne mediatrici del mondo dell’arte, quelle che non praticano l’arte ma che ne fanno parte nella loro messa in valore. All’inizio, mi sono interessata alle storiche dell’arte solamente, cosa che è potuto sembrare un po’ riduttore alla giuria per un progetto su dieci anni ; ho quindi allargato il progetto alle intellettuali nei mondi dell’arte (critiche, teoriche, collezioniste, storiche dell’arte, conservatrici del patrimonio, bibliotecarie) tra il 1850 e il 1950 circa. La museologia si pone raramente la questione del museo in termini di genere. Un primo articolo è apparso nella rivista Romantisme, che pubblicava un numero tematico; l’articolo è stato subito accettato, allora mi sono detta che dovevo organizzare un numero di rivista e così il progetto collettivo ha cominciato. Io, non volevo che fosse una rivista femminista o di genere, bisognava che fosse una rivista museale, perché era in quell’ambito che avrebbe avuto più risonanza. È necessario evitare di essere letti da un numero ristretto unicamente, è quindi nelle riviste più lette e generali che si può portare la discussione e il dibattito. Infatti ad esempio si può notare come, in particolare con la rivista Culture & musées, nonostante gli inizi siano stati difficili, il dibattito si sia aperto. È stato necessario far comprendere l’importanza di usare il genere sotto tutti i suoi aspetti, includendo non soltanto le problematiche femministe ma anche le prospettive LGBTIQ+. Secondo me, il vero successo di questo numero è stato di riuscire ad aprirlo con la traduzione dell’articolo di metodologia che trattava dei queer al museo, il quale fino a quel momento era rimasto molto confidenziale.  Era un articolo pubblicato in una rivista svedese LGBTIQ+, molto interessante e che meritava per l’appunto di essere letto anche lontano da territori già conquistati. Molte sono state le proposte che sono arrivate, da parte di molti giovani ricercatori e ricercatrici che hanno voluto collaborare con noi, il che ha dato luogo ad una giornata di studio dedicata nello specifico alla storia dell’arte e che ha avuto molto successo.

 

Avreste una definizione di studi di genere e una riflessione su come si articolano nel mondo contemporaneo?

Io sto in un laboratorio che porta il nome di genere e sessualità, ma considero anche questi studi come dei veri e propri strumenti di lavoro, come fossero un modo differente di guardare le cose. Non dimentico la mia disciplina di base, e che sempre lo sarà: la storia dell’arte. Gli studi di genere sono un apporto teorico, un’altra maniera di vedere le cose, una maniera che è necessaria. Sono un plus che non è un bonus, perché è complicato riscrivere una storia, non è questo che mi interessa, ad ogni modo, è il luogo in cui ci poniamo molte questioni : come rileggere, quali cronologie usare. Nel mio nuovo progetto personale sulle donne e le conoscenze sull’arte, tutte queste domande sono incluse. Devo veramente cominciare al XVIII° secolo, quali quadri si devono rispettare…? Io penso piuttosto di dover abbordare le cose in modo più frammentato. Come lo scriveva Griselda Pollock, il museo femminista deve essere completamente un’altra cosa rispetto a quello che si è pensato fino ad ora, bisogna pensare in modo diverso le temporalità, le strutture, le organizzazioni e le modalità. È la rimessa in causa di tutto un sistema, una nuova griglia di lettura, una nuova tela. È uno spazio di libertà ma che può anche essere molto angosciante.

 

Ha già riscontrato delle obiezioni radicali verso i suoi soggetti o il modo in cui li tratta?

Si, quando ho fatto gli orali per diventare insegnante, mi è stato detto : “ Ma lei non lavora solo sulle donne”. Ho detto : “Domandate al mio collega perché lavora solo sugli uomini?”. Penso che un soggetto come questo, all’epoca, non sarebbe passato all’università. Ma c’è stata l’elezione di Giovanna Zapperi come professoressa a Tours, di Anne Lafont all’EHESS, quindi ora diventa un campo che ha la sua legittimità e i suoi titoli. Per troppo tempo si è pensato che questo tipo di soggetti fossero periferici, al margine. Mi è stato anche detto che, nel mio libro, parlavo di opere considerate come minori, di cui quindi non era molto importante parlare. Il problema, e non è nemmeno questo che m’interessa, non è di dire che siano o meno minori, ma perché sono considerate così : sono tutti fenomeni di condizionamento, di formazioni diverse, e di percezione del capolavoro al maschile, quando invece ci soni dei lavori di fino molto molto belli. Possiamo provare a vedere qualcos’altro. Allargare il punto di vista.

 

In cosa questo genere di lavori o si legano al mondo contemporaneo?

Lavorare sul genere, equivale ovviamente a lavorare sulla decostruzione di assegnazioni, di categorie ma anche lavorare sui rapporti di potere, quindi di dominazione. L’attualità riguardante le molestie per esempio, ricorda tutte le attitudini misogine ritrovate e lette durante il primo anno della mia tesi. C’è una presa di coscienza nel mondo su queste questioni che tuttavia ci sono sempre state. Le molestie, le tratto nella mia tesi in particolare sul rapporto insegnante-allievo e attraverso il filtro della caricatura si vede chiaramente che ci sono dei rapporti di potere, delle gerarchie, che la donna è reclusa alla sfera domestica. È il lavoro della storia, tout court, di creare questi legami, di guardarli, di prendere coscienza che ciò è sempre esistito. Finiamo per chiederci se storia rima con progresso, eppure, si avanza. Stiamo comunque ad un incrocio, c’è una presa di coscienza istituzionale molto forte : dalla mia iscrizione in tesi ad oggi, vedo l’evoluzione. Ci sono stati dei momenti cardine, delle mostre che hanno suscitato i musei su queste questioni. Comunque ci sono ancora delle resistenze : come per ogni progresso, emancipazione e avanzata, ci sono delle persone che non capiscono. Queste resistenze sono a volte abbastanza crudeli. Utilizzando il termine di “matrimonio” che esiste dal XII° secolo, abbiamo avuto dei ritorni di donne che parlavano di questo termine come della novlangue. Tuttavia, cerco di avere cura delle sensibilità. Bisogna corazzarsi, lo dico ai miei studenti. Anche Il mio primo intervento in una conferenza è stato brutale, mi sono fatta riprendere molto violentemente. Ho capito più tardi che ciò era dovuto al fatto che camminavo, con il mio soggetto, sull’aiuola della persona interessata. Per essere stato il mio primo intervento, sono cose che toccano, sono rientrata in lacrime, ho rimesso tutto in questione, poi mi sono detta che credevo nelle mie convinzioni e che dovevo anche prendermene le responsabilità. Ma mi è capitato anche di ricevere molto aiuto : Plumes et Pinceaux un’opera dove Anne Lafont mi ha invitata a partecipare, è stata una vera collaborazione, veramente un bel progetto collettivo e solidale. Lei accusava in una certa maniera l’istituto dell’INHA (Instituto Nazionale di Storia dell’Arte), con l’aneddoto che racconta spesso, quella di non aver trovato soltanto una donna e mezza nel dizionario delle storiche dell’arte (mezza poiché una di queste donne era sposata e quindi ha beneficiato solo di un mezzo articolo accanto a quello riservato a suo marito). Questa collaborazione mi ha aiutato a corazzarmi e a continuare i miei studi. E l’evoluzione si fa attraverso le giovani generazioni, lo vedo. Davanti al gran numero di studenti che vogliono abbordare questi soggetti, quei professori che non li hanno mai considerati cominceranno a capire che queste prospettive di ricerca devono essere prese in considerazione. Ho quest’impressione : siamo sulla buona strada.

 

Lisetta Carmi, Donna illuminata

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“…fa la fotografa e lavora come fotografa libera. Il suo interesse va alla vita dell’uomo in tutte le sue espressioni. Crede nella fotografia come testimonianza e documento. Crede che il mezzo politico più efficace e rivoluzionario per cambiare il mondo è amare la...

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